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D'Artagnan restò in piedi ed esaminò l'uomo. Sulle prime, credette di avere a che fare con qualche giudice intento a esaminare l'incartamento che lo riguardava, poi notò che l'uomo seduto allo scrittoio scriveva o meglio correggeva delle linee di lunghezza ineguale e scandiva le parole sulle dita; capì quindi di aver a che fare con un poeta. Dopo un istante, il poeta chiuse il manoscritto, sulla copertina del quale si leggeva: MIRAME - tragedia in cinque atti , e alzò la testa. D'Artagnan riconobbe il Cardinale.
Capitolo 40 IL CARDINALE
Il Cardinale appoggiò il gomito sul manoscritto e la guancia sulla mano, poi guardò per un attimo il giovanotto. Nessuno aveva un occhio più profondamente penetrante di quello di Richelieu, e d'Artagnan sentì quello sguardo trascorrere per tutte le sue vene come una febbre. Purtuttavia rimase impassibile tenendo il cappello in mano, attendendo, senza troppo orgoglio ma anche senza umiltà, che il Cardinale gli rivolgesse la parola. "Signore" gli disse il Cardinale "siete voi un d'Artagnan del Bearn?" "Si, Monsignore" rispose il giovanotto. "Vi sono molti rami di d'Artagnan a Tarbes e nei dintorni" disse il Cardinale "a quale appartenete?" "Sono il figlio di colui che fece le guerre religiose col gran re Enrico, padre di Sua Graziosa Maestà." "Proprio così. E siete voi che sette od otto mesi fa lasciaste il vostro paese per venire a Parigi a cercar fortuna?" "Sì, Monsignore." "Siete venuto passando da Meung, dove vi capitò qualche cosa, non so bene che cosa, ma, infine, qualche cosa di spiacevole." "Monsignore" disse d'Artagnan "ecco quel che mi capitò…" "Inutile, inutile" disse il Cardinale con un sorriso che dimostrava come egli sapesse la cosa così bene come colui che voleva raccontargliela "voi eravate raccomandato al signor di Tréville, è vero?"